domenica 7 giugno 2020

L'economia, il commercio e le persone.

    Oggi si parla spesso di come l'economia e il commercio ad essa collegato non tengano in nessun conto le persone, anzi, le sfruttano per produrre in condizioni di lavoro pessime con salari bassissimi e inculcano a chi ha soldi da spendere necessità inesistenti con campagne pubblicitarie martellanti, false e seducenti.
    Questa non considerazione della vita degli esseri umani in nome del dio denaro è sempre esistita. Senza citare il classico "Dio o mammona", voglio invitarvi a leggere un brano degli Atti degli apostoli, precisamente il capitolo 27. 



Quando fu deciso che ci imbarcassimo per l'Italia, consegnarono Paolo, insieme ad alcuni altri prigionieri, a un centurione di nome Giulio, della coorte Augusta. Salimmo su una nave della città di Adramitto, che stava per partire verso i porti della provincia d'Asia, e salpammo, avendo con noi Aristarco, un Macèdone di Tessalònica. Il giorno dopo facemmo scalo a Sidone, e Giulio, trattando Paolo con benevolenza, gli permise di recarsi dagli amici e di riceverne le cure. Salpati di là, navigammo al riparo di Cipro a motivo dei venti contrari e, attraversato il mare della Cilìcia e della Panfìlia, giungemmo a Mira di Licia. Qui il centurione trovò una nave di Alessandria diretta in Italia e ci fece salire a bordo. Navigammo lentamente parecchi giorni, giungendo a fatica all'altezza di Cnido. Poi, siccome il vento non ci permetteva di approdare, prendemmo a navigare al riparo di Creta, dalle parti di Salmone;  la costeggiammo a fatica e giungemmo in una località chiamata Buoni Porti, vicino alla quale si trova la città di Lasèa.
Era trascorso molto tempo e la navigazione era ormai pericolosa, perché era già passata anche la festa dell'Espiazione; Paolo perciò raccomandava loro: "Uomini, vedo che la navigazione sta per diventare pericolosa e molto dannosa, non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite". Il centurione dava però ascolto al pilota e al capitano della nave più che alle parole di Paolo. Dato che quel porto non era adatto a trascorrervi l'inverno, i più presero la decisione di salpare di là, per giungere se possibile a svernare a Fenice, un porto di Creta esposto a libeccio e a maestrale.
Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco, ritenendo di poter realizzare il progetto, levarono le ancore e si misero a costeggiare Creta da vicino. Ma non molto tempo dopo si scatenò dall'isola un vento di uragano, detto Euroaquilone. La nave fu travolta e non riusciva a resistere al vento: abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva. Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Cauda, a fatica mantenemmo il controllo della scialuppa. La tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per tenere insieme con funi lo scafo della nave. Quindi, nel timore di finire incagliati nella Sirte, calarono la zavorra e andavano così alla deriva. Eravamo sbattuti violentemente dalla tempesta e il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico; il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l'attrezzatura della nave. Da vari giorni non comparivano più né sole né stelle e continuava una tempesta violenta; ogni speranza di salvarci era ormai perduta.
Da molto tempo non si mangiava; Paolo allora, alzatosi in mezzo a loro, disse: "Uomini, avreste dovuto dar retta a me e non salpare da Creta; avremmo evitato questo pericolo e questo danno. Ma ora vi invito a farvi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, e mi ha detto: "Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione". Perciò, uomini, non perdetevi di coraggio; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato detto. Dovremo però andare a finire su qualche isola".
Come giunse la quattordicesima notte da quando andavamo alla deriva nell'Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l'impressione che una qualche terra si avvicinava. Calato lo scandaglio, misurarono venti braccia; dopo un breve intervallo, scandagliando di nuovo, misurarono quindici braccia. Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. Ma, poiché i marinai cercavano di fuggire dalla nave e stavano calando la scialuppa in mare, col pretesto di gettare le ancore da prua, Paolo disse al centurione e ai soldati: "Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo". Allora i soldati tagliarono le gomene della scialuppa e la lasciarono cadere in mare.
Fino allo spuntare del giorno Paolo esortava tutti a prendere cibo dicendo: "Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell'attesa, senza mangiare nulla. Vi invito perciò a prendere cibo: è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto". Detto questo, prese un pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. Tutti si fecero coraggio e anch'essi presero cibo. Sulla nave eravamo complessivamente duecentosettantasei persone. Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave gettando il frumento in mare.
Quando si fece giorno, non riuscivano a riconoscere la terra; notarono però un'insenatura con una spiaggia e decisero, se possibile, di spingervi la nave.
Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare. Al tempo stesso allentarono le corde dei timoni, spiegarono la vela maestra e, spinti dal vento, si mossero verso la spiaggia. Ma incapparono in una secca e la nave si incagliò: mentre la prua, arenata, rimaneva immobile, la poppa si sfasciava sotto la violenza delle onde. I soldati presero la decisione di uccidere i prigionieri, per evitare che qualcuno fuggisse a nuoto; ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo proposito. Diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiungessero terra; poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra.

    Per consegnare un prigioniero e per salvare il carico, il centurione non ascolta il Consiglio di Paolo e decide di proseguire la navigazione nonostante le condizioni atmosferiche lo sconsiglino, mettendo così a rischio la vita di 276 persone. La nave naufraga, ma per fortuna nessuno muore. La salvezza dei passeggeri della nave è la riprova della verità del sogno di Paolo, attribuito all'angelo del Dio in cui lui crede. 
    La nostra società capitalistica, industriale ed economico-finanziaria mette a rischio un numero di vite immensamente più alto, in nome della crescita senza fine e del guadagno a dismisura per pochi eletti del genere umano. E quel che è peggio mette a rischio addirittura la conservazione dell'ecosistema adatto alla sopravvivenza umana. Le proporzioni sono cambiate in modo immisurabile, ma il concetto di fondo è sempre quello: dominio sull'altro in nome del potere economico e politico. Paolo viene arrestato perché non crede nell'imperatore-dio e quindi è giudicato un pericolo a livello sociale e politico. E le merci che si stanno trasportando, in particolare il frumento, devono essere consegnate in tempo per non deperire o per non dover pagare una penale. 
    La decisione del centurione e dei marinai si rivela pessima: il carico va interamente perduto insieme alla nave e i prigionieri rischiano di scappare. I marinai e il capitano, gli unici esperti di navigazione, vogliono abbandonare la nave e con essa le persone che stanno trasportando. Ancora una volta ciò che conta sono io, la mia vita, il mio guadagno: degli altri perché ci dovrebbe importare qualcosa?
    Paolo, con il suo sogno rivelatore, ci insegna che nella vita si possono adottare altri parametri di giudizio e che le realtà più importanti non sono quelle economiche, commerciali o produttive. Le persone, gli altri, l'altro da me sono coloro che davvero dovrebbero essere importanti nella mia vita. 
    Il brano insegna anche che Dio ha cura di noi. Paolo ricorda alcune parole di Gesù, evidentemente lette in una delle perdute raccolte dei detti o sentite narrare da chi aveva vissuto con il Maestro:  Neanche un capello del vostro capo andrà perduto. E' difficile credere oggi a questa parola, al fatto che a Dio importi di noi, come ogni volta che muore una persona cara e ancora di più se a morire è un innocente. La domanda di sempre - Perché? - non può non affiorare sulle nostre labbra in questo tempo, nel quale navighiamo nonostante la tremenda tempesta che ci ha avvolto. La risposta è duplice.
    Anzitutto noi non siamo in  grado di capire, quello che il Signore ci chiede è di perseverare nella fiducia in Lui. Che non è il responsabile di questa pandemia.
    In secondo luogo, le parole di Paolo ci fanno capire come forse sia il momento di fermarsi, di stare fermi, di non navigare, mettendo al primo posto non l'economia, la produzione, il commercio, ma il bene delle persone, degli esseri umani. Non si può crescere all'infinito.  I magazzini e i negozi sono pieni di merce invenduta, le fabbriche chiudono, le persone si impoveriscono in numero sempre maggiore. Produrre, produrre, produrre, vendere, vendere, vendere, guadagnare, guadagnare, guadagnare, accumulare, accumulare, accumulare.
    "Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?" (Lc 12,20).
    Nemmeno una vita deve andare persa in nome del dio denaro, ma purtroppo succede ogni giorno, anche durante la pandemia, come al tempo di Paolo

Mario Villa


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