mercoledì 19 giugno 2019


L’incontro alle Querce di Mamre
Genesi 18,1-10a




Vi offro la mia meditazione, con alcune aggiunte a posteriori, pensata in preparazione alla liturgia della Santissima Trinità.
Il famoso brano di Genesi 18 è la prima lettura della festa nel rito ambrosiano.

18,1 Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all'ingresso della tenda nell'ora più calda del giorno. 2 Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall'ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, 3 dicendo: "Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. 4 Si vada a prendere un po' d'acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l'albero. 5 Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo". Quelli dissero: "Fa' pure come hai detto".
6 Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: "Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce". 7 All'armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. 8 Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l'albero, quelli mangiarono.
9 Poi gli dissero: "Dov'è Sara, tua moglie?". Rispose: "È là nella tenda". 10 Riprese: "Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio".

            Lo stupendo brano di Genesi 18,1-10 si apre con tre uomini che arrivano o appaiono, come dice il testo, all’accampamento di Abramo, piantato alle Querce di Mamre, luogo poco distante da Hebron, dove Abramo volle essere sepolto.
Abramo è seduto all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. É l’ora nella quale tuti dovrebbero stare seduti o sdraiati nell’ombra e non andarsene in giro sotto il sole cocente. Abramo è immerso nei suoi pensieri o forse sta sonnecchiando; comunque ha lo sguardo basso, come ci rivela il versetto successivo: Egli alzò gli occhi e vide. Se vogliamo vedere dobbiamo alzare gli occhi; finché teniamo gli occhi rivolti alla terra non vediamo. Lo sguardo deve essere alzato e rivolto in avanti, non ripiegato sui nostri pensieri.
É come se Abramo avvertisse una presenza, uno sguardo rivolto su di lui. É un’esperienza che ci sarà capitato di vivere a volte. Abbiamo gli occhi chiusi e li pariamo di colpo, istintivamente, perché abbiamo l’impressione che qualcuno ci osservi.
Cosa, o meglio, chi vede Abramo? In apparenza nulla di speciale. Tre uomini “presso” di lui. Cosa ci fanno tre uomini in giro a piedi nell’ora nella quale il sole ti percuote la testa come un martello? E poi: sono davvero arrivati a piedi? Possibile che Abramo non li abbia visti arrivare nella pianura ai piedi della montagna? Nulla ci testimonia l’eccezionalità dell’evento, se non il versetto 1: il Signore apparve. Tuttavia questo versetto potrebbe essere stato scritto dopo ed essere già un’interpretazione dell’accaduto.
Eppure questi tre uomini dovevano avere qualcosa di speciale nel loro aspetto, perché Abramo, appena li vede,
1.      corre loro incontro;
2.      si prostra fino a terra;
3.      dice: Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi.
I tre uomini non erano vicinissimi, dato che Abramo corre loro incontro. Noto tre cose in questo gesto. La prima: il correre sembra prefigurare quello del padre misericordioso della parabola al momento del ritorno del figlio prodigo. La seconda, più importante: è vero che è Abramo a correre incontro ai tre uomini, ma sono i tre uomini che arrivano/appaiono alla tenda di Abramo. L’iniziativa è dei tre visitatori o viandanti che siano, il correre di Abramo è una risposta alla loro apparizione. L’iniziativa, lo ripeto, non è di Abramo, ma dei tre uomini. L’iniziativa non è mai di noi esseri umani, l’iniziativa è sempre di Dio, che viene a visitarci: a noi tocca rispondere alla sua venuta correndo – ed è la terza notazione – senza indugi o tentennamenti. Come Abramo dobbiamo essere capaci di uscire dalla nostra tenda fresca e correre – gesto che indica urgenza per noi e premura verso Chi ci visita – incontro al Signore che viene a visitarci e ci chiama con la sua silenziosa presenza (i tre uomini non proferiscono parola alcuna), la quale parla da sola.
Abramo si prostra fino a terra: cosa ha visto nel modo di presentarsi dei tre uomini? Sicuramente una signorilità, come si intuisce dal titolo che userà: Mio Signore. Un termine al singolare per chiamare una presenza plurale. Abramo ha visto il legame profondo che unisce le tre persone comparse davanti a lui. Signore è termine che si rivolgeva a Dio o a un re, investito da Dio della sua autorità. Termine che rimanda in entrambi i casi a una manifestazione divina.
Abramo non è sicuro di come i tre uomini si rapportano a lui: Se ho trovato grazia ai tuoi occhi. Gli sembra di percepire, di intuire, di cogliere nei loro occhi uno sguardo benevolo. La grazia era dono e libera scelta di Dio o di un re; Abramo non è sicuro che questo sia l’atteggiamento dei tre uomini. Ecco il se: ho capito bene? Noi spesso siamo troppo sicuri della benevolenza di Dio e non poniamo mai un se prima della nostra richiesta di grazia (che è comunque libero dono di Dio, che noi non possiamo pretendere) e spesso non abbiamo nel nostro cuore il giusto timore di Dio, splendidamente espresso nel geto di prostrarsi a terra e nel se di Abramo.
Cosa chiede Abramo ai tre, quale dono si aspetta? Che non passino oltre, che si fermino presso di lui e su dichiara suo servo. Questo per Abramo è un dono, anzi, il dono: che il Signore dimori almeno un poco presso il suo servo, che non passi oltre senza fermarsi, gesto che significa: di te non mi importa nulla. Io ho fiducia in un Dio che dimora presso di me (Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo – Mt 28,20), un Dio al quale importa di me che sono suo servo, spesso infedele e ingrato. É un dono che Egli dimori un poco presso di me, un dono grande, immenso.  Dio è qui con me, si è fermato nella mia povera esistenza. Lo stesso dovremmo fare noi con gli altri: farci prossimi a loro, soprattutto nei momenti difficili o impegnativi della loro vita – il samaritano della parabola insegna. Abramo si trovava in uno di questi momenti: partito dalla sua terra fidandosi di una promessa, non vedeva futuro, perché Sara era sterile e non poteva dargli una discendenza.
Abramo esercita una virtù ancora oggi importantissima nel Vicino Oriente: l’ospitalità verso tre sconosciuti. Un’ospitalità concreta, fatta di semplici ma fondamentali attenzioni. L’acqua per calmare la sete e per lavarsi i piedi coperti di polvere. Ricordiamoci di Gesù: E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: "Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. E per poter compiere questi gesti la donna era prostrata a terra, altrimenti non avrebbe potuto. Gesù parla a Simone, ma guarda la donna: lo sguardo di Dio è rivolto a chi è accogliente e ospitale. Io sono ospitale, soprattutto con chi è nel bisogno o è più debole? O, come il fariseo, resto chiuso nell’attenzione solo a me stesso?
Farsi prossimo e essere ospitale oggi sono delle priorità in questo mondo nel quale ognuno si chiude sempre più in se stesso –  e non solo a livello delle singole persone, ma anche politico e sociale – e nel quale i rapporti umani sono sempre più sfilacciati, deteriorati, assenti e spesso si manifestano solo nella conflittualità, a volte esasperata.
Abramo riserva agli ospiti l’ombra dell’albero, il luogo più fresco dell’accampamento, mentre lui e la moglie si danno da fare per rifocillare i viandanti stanchi, assetati e affamati. E ne scaturisce una festa, come rivela l’uccisione del vitello, atto riservato alla festa. Focacce, il vitello, panna (latte acido) e latte fresco: Abramo non prepara una minestrina, la sua ospitalità è abbondante, non misurata, come abbondante era stata l’offerta di Abele il giusto: Abele presentò … primogeniti del suo gregge e il loro grasso – Gen 4,4.
E l’incontro si conclude con il dono più grande: un figlio, con la promessa che arriverà entro l’anno. La sterilità di Sara è vinta. É, non sarà, perché Dio non viene mai meno alle sue promesse. Un futuro si apre per Abramo, insperato, l’inizio del popolo eletto.
   Se accogliamo il Signore nelle nostre vite e riserviamo a Lui il posto, la parte migliore delle nostre esistenze, il suo dono per noi sarà grande, anzi, smisurato, ogni oltre previsione e capacità umana. La nostra vita sarà feconda e non più sterile, tutto ciò che abbiamo donato per Dio e per i fratelli susciterà la risposta generosa di Dio, Che ci elargirà il suo dono gratuito, non richiesto e non preteso sa noi, che speravamo solo che Lui si fermasse nelle nostre esistenze per poterlo onorare e servire. Dio ci stupisce e ci dona un futuro che non siamo capaci di vedere, del quale a volte disperiamo, ma che ci sarà, perché Dio non viene mai meno alle sue promesse.
Grazie, Signore.
Amen.

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